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Per non dimenticare …. Le donne della Shoha

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Quando arrivammo, dovemmo prima di tutto spogliarci e poi camminare attraverso una specie di vestibolo,completamente nude, a parte le scarpe. Una SS venne vicino e ci guardò il seno e poi l’addome per vedere se nessuna di noi … cioè … se qualcuna di noi fosse incinta. Se vedevano una donna incinta, la mettevano da parte. Così noi stavamo lì, sapete, in piedi, nude; e poi loro vennero e ci esaminarono seno e ventre. Dopo Entrammo in una stanza dove ci rasarono. Mi ricordo che vidi seduta lì una persona che conoscevo, che aveva avuto i capelli lunghi; a quel punto metà della testa era stata già rasata e metà no. La guardai; avevo delle forcine con me e le conservai pensando che quando i capelli mi fossero ricresciuti le avrei usate. Poi … ecco … quando improvvisamente vedete la vostra testa completamente rasata,completamente calva, vi sembra di essere come una scimmia.


Tutte sembravamo delle scimmie. Inoltre, usavano un unico rasoio per centinaia di persone. Poi, con quella precisione tutta tedesca, loro ci rasarono anche il pube – circa cento persone, sempre con un solo rasoio. Insomma, non c’era altra forma di igiene, ma depilarono il pube a tutte.

Noi sceglievamo la vita
Io passai la selezione senza sapere che venivo scelta per la vita o per la morte. Ero tra le più giovani, anzi io non conobbi in campo nessuno che fosse più giovane di me. Mi scelsero perché ero grande e grossa e dimostravo più anni di quelli che avevo. Entrai nel campo e iniziò anche per me quella vita, fondata sulla più totale disumanizzazione in cui la voglia di vivere, per noi che siamo tornate, era l’unica cosa che contasse. Anche nella situazione più spaventosa noi sceglievamo la vita, anche se ci volevano uccidere ogni minuto per farci scontare la colpa di essere nate.
Fui scelta per un lavoro che si svolgeva per fortuna al coperto. Dico sempre che sono viva per quello. Rimasi un anno nella fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens. Eravamo schiavi senza alcun diritto che lavoravano fino all’esaurimento delle forze.
Com’erano i rapporti fra di noi prigioniere? I rapporti per me furono difficilissimi: io mi rinchiusi in quei mesi sempre di più in un silenzio doloroso. Dapprima il silenzio in cui mi aveva costretto la separazione da tutti coloro che avevo amato, poi il silenzio perché non capivo le lingue che si parlavano, poi il silenzio perché avevo paura di attaccarmi a qualcuno che mi sarebbe stato di nuovo strappato. Ma era anche il silenzio spaventoso che sentivamo intorno a noi, il silenzio del mondo che non si dava pensiero di quello che ci stava succedendo. Era forse anche il silenzio di Dio che in quel momento, ad Auschwitz, si è distratto.
Tre volte passai la selezione nel corso di quell’anno. Nude, perché la nudità era un’altra umiliazione costante della nostra vita di tutti i giorni, passavamo davanti agli ufficiali delle SS, elegantissimi nelle loro uniformi. Noi, le disgraziate ragazze della fabbrica Union, ci specchiavamo le une nelle altre con i nostri corpi scheletriti mentre i nostri aguzzini, decidevano chi era ancora in grado di lavorare e chi no. Ragazzi, è difficile attraversare un corridoio, dover varcare una porta obbligata e sapere che chi ti osserverà, nuda, davanti e dietro, in bocca, dappertutto, poi deciderà se tu continuerai a vivere oppure no. Come bisogna atteggiarsi davanti a un tribunale così, composto di uomini che a casa avevano una famiglia, delle figlie forse della nostra età, e che ci guardavano, sorridendo calmi, tranquilli, senza una parola? Solo un cenno del capo per dire “avanti”. E io ero felice quando mi facevano quel cenno, perché ero ancora viva, perché io volevo vivere. Io avevo 13 anni, e poi 14, e volevo vivere.

 

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