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La storia di Michela: quando il lavoro diventa un incubo

 

 

 

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Questo post nasce un po’ per caso…in quanto tra i numerosi temi di cui mi sarebbe piaciuto parlare, questo si e’ rivelato per me uno spazio in un importante per alcune riflessioni.

Durante una mia giornata di semplice relax sportivo mi trovo a chiacchierare con Michela (nome di fantasia), mamma di un bambino di 10 anni.

Parliamo del più e del meno, fino ad arrivare al suo punto cruciale: il posto di lavoro.

Ebbene si, quello tanto desiderato e che, ad un certo punto, si trasforma in un incubo.

“Ho iniziato a lavorare poco più di una decina di anni fa in una piccola azienda” racconta Michela. “Il mio ufficio era composto da altre 4 colleghe e quando sono entrata ero la più giovane tra tutte loro. Spiegandomi i compiti che dovevo svolgere percepivo da parte loro la paura di essere surclassate. Mi sentivo esclusa, anche perché per carattere sono sempre stata piuttosto riservata e non ho mai amato i pettegolezzi, preferendo parlare direttamente a costo di sembrare poco amichevole. Lavoravo con loro, ero cordiale, ma non avevo instaurato, per scelta, un rapporto di amicizia. Questo forse bisogna capire: che nell’ambiente di lavoro non e’ essenziale essere amiche, ma collaborare adeguatamente. Poi, se si crea un rapporto più profondo e’ ancora più bello stare così tante ore in un determinato ambiente”.

Michela prosegue nel racconto come un fiume in piena, quasi a doversi liberare da quelle sensazioni e non nascondo che nel raccontarmi quel suo periodo di vita i suoi occhi erano diventati molto lucidi e la voce tremava.

Continua spiegandomi che “un giorno ho scoperto, con enorme felicità, di aspettare un bambino. Lo espongo al mio datore di lavoro, il quale, celermente, mi affianca una nuova collega che non aveva mai lavorato nel nostro settore. Essendo io una persona che ci tiene al suo lavoro non ho perso tempo nell’insegnarle ogni aspetto di esso, compreso le cose più noiose nel nostro ambito.

Da qui iniziano le sue lamentele verso di me è specialmente verso le mansioni che le insegno. Più volte si è recata nell’ufficio del responsabile chiedendo di cambiare la sua posizione e pretendendo di più. Intanto io proseguivo nella gravidanza, sino ad entrare finalmente in maternità all’ottavo mese, poiché prima non ho potuto farlo.

Dopo circa un anno dal parto, torno sul posto di lavoro e tutto e’ cambiato. Io, che avevo acquisito una certa esperienza dopo anni di lavoro, mi ritrovo ad avere una posizione lavorativa al pari di un nuovo arrivato. Le mie colleghe e la donna a cui avevo insegnato ciò che sapevo mi hanno voltato le spalle solo perché avevo un marito ed un figlio, mentre loro no. Mi accusavano inoltre di essere scostante e di non fare gruppo con loro. Dovevo forse obbligarmi a fare ciò? Non basta essere disponibile, collaborante e poter scegliere di aprirsi con altre persone o meno?”.

Mi sottolinea poi che “la cosa più grave, oltre al comportamento delle colleghe, è stato il fatto che non mi erano stati nemmeno concessi i periodi di allattamento previsti. Oppure la possibilità di avere un orario agevolato, lavorando io a 30 km dal mio luogo di residenza. Quasi 9 ore a giorno per cosa? A causa di tutto questo stress, mi sono ammalata e ho subito più di un intervento chirurgico. Nonostante ciò mi recavo al lavoro, con una boccetta di tranquillante nella borsetta e lo assumevo appena arrivata al cancello dell’azienda poiché sentivo già il petto stringersi e lo stomaco contorcersi. Ormai ero stata annullata come lavoratrice, costretta al demansionamento e con molte pressioni da parte del mio datore di lavoro e delle mie colleghe. Più volte mi hanno ripetuto ‘se qui non ti piace puoi sempre andare da un’altra parte’. Alla fine ho rassegnato, sfinita, le dimissioni. L’ho fatto per me e per la mia famiglia ed è stata la decisione più giusta che io abbia mai preso”.

In un momento inatteso ho conosciuto la storia di Michela, ma non posso che trovarmi solidale con lei, in quanto donna e lavoratrice. Mi ha fatto riflettere molto ciò che ha detto perché, innanzitutto i diritti derivanti dalla maternità devono essere rispettati essendo previsti per legge, anche se sono consapevole che in molti luoghi non è affatto cosi’.

Inoltre mi trovo anche d’accordo sul fatto che in un luogo di lavoro non e’ obbligatorio intraprendere rapporti di amicizia, poiché questi nascono spontaneamente e non deve essere una colpa di ciascuno se questo non avviene.

Ciò che bisogna sempre portare avanti è il rispetto dell’altro e la cordialità, sia dal punto di vista personale che professionale. Perché in ogni luogo in cui si opera ci sarà sempre chi sarà invidioso, chi ama i pettegolezzi e riferisce al capo ogni errore, anche piccolo che l’altro commette, così come chi non apprezza il tuo carattere e farà di tutto per screditarti o per farti passare per persona “non amichevole”. Sono solo stupita da come le donne possano fare tutto questo ad altre donne, invece che sostenersi, forse perché io sono l’esatto opposto (amo lavorare e collaborare con colleghe donne). Ma ricordo che queste sono menti di poco conto, su cui non bisogna basare la propria esistenza come lavoratrici e come persone.

Inoltre non concordo sulla frase che molti dicono, ovvero “se questo posto non ti piace puoi sempre andartene da un’altra parte”. Questo, che molti pronunciano, è l’emblema della maleducazione e dell’insensibilitá, perché non si può chiedere una cosa simile ad un lavoratore, in quanto sempre più persone al giorno d’oggi svolgono qualsiasi tipo di mansione pur di avere una vita dignitosa, così come non e’ automatico saltare da un posto all’altro in cerca di quello dei propri sogni. Ad oggi il lavoro è una vera benedizione.

La storia di Michela mi ha fatto molto pensare e non posso che ringraziarla per questo, dandole tutto il mio appoggio e rispetto sia in qualità di persona che in qualità di lavoratrice, invitando tutte le donne ad essere più solidali le une con le altre.

In fondo…non è così bello collaborare?

Assistente Sociale e Criminologa Forense

Dott.ssa Stefania Scapolan

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