DONNE …

India le donne dimenticate

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Paradossale, assurda, incomprensibile e piena contraddizioni. Così si potrebbe riassumere la condizione femminile in India, un in cui le donne sono formalmente uguali agli uomini, con gli stessi diritti politici e le stesse opportunità sociali e di lavoro. Un paese in cui la discriminazione sessuale è addirittura vietata dalla Costituzione indiana. Un paese in cui ai vertici della vita economica e sociale si affermano sempre di più nomi femminili, come quello della scrittrice Arundhati Roy, autrice di “Il dio delle piccole cose” o quello di Bhartia Shoban, proprietaria dell’Hindustan Times, uno dei giornali più autorevoli del Paese.

Ma anche un paese negato alle donne. Un paese in cui la cui discriminazione di massa resta una realtà, che affonda le sue radici in tradizioni arcaiche, che le statistiche generali mettono bene in evidenza. Su una popolazione di circa un miliardo di individui, infatti, le donne, a differenza di quel che avviene in quasi tutto il mondo, sono in minoranza: il 48 per cento. Il rapporto è di 929 donne per 1.000 uomini, a conseguenza di una selezione spietata praticata talvolta ancora prima della nascita. Quaranta donne su cento non hanno alcun grado di istruzione, e se in alcuni Stati, come il Kerala, l’alfabetizzazione primaria è prossima alla totalità della popolazione femminile, in altri, come il Bihar, non raggiunge il 28 per cento. Le donne occupano solo l’8 per cento dei posti in Parlamento, il 6,1 dell’amministrazione pubblica, un quarto di tutta la forza lavoro registrata. E se sempre più numerose sono le giovani che frequentano le facoltà di Ingegneria, di Informatica o di Economia, la presenza femminile nelle università è soltanto del 5 per cento. Ma questi in fondo sono solo numeri. E le storie? Quelle delle donne indiane, raccontano casi strazianti di sfruttamento, di spose bambine vendute per un sacco di riso, di ripudi e prepotenze, di eliminazioni fisiche per questioni di dote. Il rifiuto preconcetto di un figlia, considerata come un peso per la famiglia. Su ottomila aborti registrati a Bombay, dopo un ciclo di esami mirati ad accertare il sesso del nascituro, 7.999 erano feti femminili. Solo un maschio: “La madre era un’ebrea e voleva una figlia”. La discriminazione tra uomini e donne nasce e si perpetua nella famiglia, secondo antiche convenzioni. La donna è destinata fin dalla nascita a stare in cucina, ad occuparsi della casa, sostenendone tutto il peso. È difficile cambiare la mentalità. È così nei villaggi, è così ancora in molti ambienti della città. Se si va a cena in una famiglia borghese, anche benestante, è normale che il cibo venga servito agli ospiti uomini dalle donne, che poi mangiano per conto loro. Molte cose stanno cambiando anche nella società indiana, ma nella profonda India, quella dei villaggi, le tradizioni resistono anche alle riforme, nonostante il sorgere di movimenti di pressione. Dal 1993 un emendamento della Costituzione riserva il 33 per cento dei posti nei consigli locali alle donne. Di fatto, anche quando vengono elette, molte sono convinte a lasciare la delega al marito, perché non hanno il tempo o la capacità di seguire i lavori. Così la forma è rispettata e la sostanza non cambia. Forse ha ragione chi dice che: “Per cambiare le donne dell’India, c’è un solo modo: cambiare gli uomini”.

L’India, femminicidio e violenza di genere.

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Corriere della Sera 25 01 2013

L’India si è risvegliata: dopo secoli di indifferenza per le sue donne abusate e uccise, il Paese «inventore» della non violenza, la «più grande democrazia del mondo» già guidata da una signora (Indira Gandhi) e ora dietro le quinte da un’altra (Sonia Gandhi) si sta muovendo.

A metà dicembre il caso della studentessa di Delhi vittima di un atroce stupro di gruppo, morta dopo due settimane di sofferenze, ha rotto il silenzio. E mentre ieri iniziava nella capitale il processo contro i cinque autori dello stupro-omicidio, altre iniziative prendevano il via, di segno diverso.

Nell’Est, a Malda, ha aperto il primo di una serie di tribunali di donne per crimini contro le donne. Giudici, magistrati, l’intero staff sono al femminile e le vittime potranno così esprimersi in un’atmosfera a loro sensibile, anziché distratta se non ostile com’è ora. Un altro passo sarà fatto, sperano molti, quando verranno davvero applicate (e in tempi rapidi) le leggi in vigore, poi quando sarà riformato il codice penale con condanne più dure per stupratori e «femminicidi»: misure raccomandate mercoledì da una speciale commissione governativa dichiaratasi invece contraria alla pena di morte per stupro che una parte del Paese vorrebbe (e i cinque di Delhi ora rischiano ma in quanto omicidi). E mentre il dibattito su questo punto prosegue, a Bombay il partito induista estremista Shiv Sena lanciava ieri un’iniziativa perlomeno discutibile: la distribuzione di 21mila coltelli con lame da 7 cm alle donne della città, da tenere in borsetta.

«Proprio come fate con la verdura — ha spiegato un membro del partito — se qualcuno allunga la mano, tagliategliela via nello stesso modo».

PAKISTAN

image La condizione femminile

La società pakistana è fortemente patriarcale: molte donne conducono una vita ancora tradizionale e quindi hanno poche possibilità, a parte la speranza e il desiderio, di poter intraprendere la carriera professionale. Le statistiche rivelano che solo il 14% delle donne ha frequentato le scuole e gli ultimi dati denunciano come su 15 dei 75 distretti del paese, solo l’1% delle donne sappia leggere e scrivere.

Nelle famiglie di tradizione musulmana, superata l’età della pubertà, le donne osservano il purdah, sono cioè tenute lontane da qualsiasi uomo al di fuori della famiglia e quando si incontrano degli sconosciuti, alla donna è consigliato di non incrociare gli sguardi, di mantenere una conversazione formale e di non avventurarsi in lunghi discorsi.

Se la famiglia può permettersi di fare a meno che lavorino, stanno sempre in casa. Quando escono sono velate (spesso coperte dalla testa ai piedi dal burqah, il costume tradizionale). Quando si sposa la donna entra nella famiglia del marito; a lei tocca anche portare una cospicua dote, che può significare indebitamento a vita per l’intera sua famiglia (motivo per cui le donne sono meno gradite dei maschi).

Il Pakistan presenta uno tra i più bassi rapporti numerici tra maschi e femmine, il che sembra indicare la diffusione delle pratiche di abbandono e a volte di infanticidio delle femmine: nelle aree più degradate del paese, la nascita di una bambina viene ancora considerata una “disgrazia”, anche perché la povertà dell’alimentazione infantile ovviamente la condanna più facilmente di un maschio alla morte prematura. Generalmente una donna si sposa a 14 anni e porta avanti diverse gravidanze complete. I tentativi delle organizzazioni nazionali e internazionali di diffondere la conoscenza e la pratica dei contraccettivi nell’ambiente femminile si sono scontrati con la concezione tradizionale del ruolo della donna nella famiglia, fortemente radicata sia in città che in campagna.

Il Corano ribadisce il diritto delle donne all’educazione e alla indipendenza economica, alla proprietà e all’eredità individuale separatamente dal consorte; la legislazione pakistana accoglie molti contributi della legge islamica, ma le consuetudini e le tradizioni della comunità locale tendono a prevalere sul diritto, limitandone gli spazi. Ad esempio presso i Pathan le donne non possono possedere o ereditare case e terreni, come non è richiesto il loro consenso alla domanda di matrimonio, e non possono decidere alcunché sulla casa che condivideranno con il marito, né chiedere il divorzio per qualunque motivo.

Nel Beluchistan e nella Provincia di Frontiera del Nordovest, è rarissimo incontrare delle donne per strada e quelle che vi si avventurano indossano rigorosamente la burqah oppure il chaddar (Un velo che si avvolge intorno alla testa e al corpo e lascia visibili solo gli occhi). La segregazione è meno diffusa nelle campagne, dove le donne lavorano come gli uomini nei campi, svolgendo il 75% del lavoro agricolo del paese.

Dopo l’indipendenza, i diritti delle donne sono aumentati gradualmente, ma sono stati repressi durante la dittatura del generale Zia.

Tenendo conto del persistente tradizionalismo e del sistema educativo che si fonda su di esso (penalizzando fortemente le donne), è sorprendente vedere quante di esse siano comunque riuscite a farsi strada al vertice della carriera medica, legale o universitaria e detengano posizioni di rilievo, come il primo ministro Benazir Bhutto.

Nei centri urbani moderni, il benessere economico e sociale ha garantito la libertà dai condizionamenti della tradizione. A Karachi, Islamabad e Lahore le donne degli ambienti acculturati e d’élite sono solite uscire in strada senza velo e usano vestire all’occidentale in casa.

Esistono associazioni per i diritti delle donne, che si concentrano, però, principalmente nelle aree urbane e che hanno avuto finora un impatto limitato

Pakistan femminicidio e violenza di genere

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Quest’anno 56 donne sono state uccise in Pakistan, non per fame, non per terrorismo o per guerra, ma perché hanno dato alla luce delle femmine e non dei maschi. La denuncia viene dall’attivista per i diritti umani, Ia Rehman, durante un simposio organizzato dalla All Pakistan Women’s Association (APWA), in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ai 56 omicidi – sempre durante quest’anno – vanno aggiunti 90 casi di aggressione con l’acido, 72 casi di rogo, 491 casi di violenza domestica.

CINA

    image     Già durante gli anni Settanta, le istituzioni centrali iniziarono a considerare la cronica sovrappopolazione come un ostacolo alla crescita ed allo sviluppo economico del Paese, ma Mao era fortemente contrario ad imporre un numero preciso di figli per donna, data la tradizionale cultura confuciana delle famiglie numerose. Si varò così la prima campagna di sensibilizzazione delle donne: il “Wan Xi Shao”, la cui traduzione letterale è “matrimonio in età più avanzata, più tempo tra un figlio e l’altro e meno figli”. Ma si trattava di una semplice opera educativa, che non raggiungeva l’agognato scopo della crescita zero. L’anno della “svolta” fu il 1979, quando Deng Xiao Ping decise di introdurre la politica del figlio unico a livello legislativo nazionale: il divieto per le donne, in parole povere, di avere più di un figlio veniva sancito da tutto un insieme di norme legali. Nel 1981, addirittura, fu creato un ministero della Pianificazione Familiare e nel 2002 la politica del figlio unico è divenuta legge dello Stato. Ciò significò allora, e continua a significare oggi, divieto di conoscere il sesso del nascituro, aborti spontanei o forzati, infanticidi, sparizioni e non registrazione delle bambine. Ancora una volta, infatti, le donne sono le più tartassate. Perché dietro la facciata legale di una (quantomeno opinabile) moralità o necessarietà di tale legge, c’è tutta la serie di corollari drammatici che essa comporta: non c’è solo l’elementare diritto di ogni donna di mettere al mondo quanti figli desideri anche in barba alla povertà, ma anche l’abuso fisico e psicologico delle pratiche utilizzate per imporre il rispetto di tale legge. E, di fatto, una distinzione per censo, dato che il secondo figlio può essere “legalizzato” attraverso il pagamento di multe salatissime, cui il cinese medio non può far fronte. E l’antica credenza popolare della “femmina che significa sventura per tre generazioni” è quanto mai attuale, dal momento che (soprattutto nelle campagne, ma non solo) la necessità di un figlio maschio continua ad essere avvertita come prioritaria, per i “costi” che una famiglia deve sostenere per far sposare una figlia femmina, perché non si considera necessario che studi e, di conseguenza, non sarà mai lei a poter aumentare la ricchezza del nucleo familiare d’origine. Ella è, pertanto, solo “un maschio in meno” a lavorare, in campagna o in città, nonostante il lavoro femminile sia invece una delle principali fonti del prodotto interno cinese. imageAncora una volta, dunque, sono le donne a dover sostenere il peso maggiore delle misure imposte da Pechino. L’attuazione concreta della politica familiare si è tradotta, di fatto, in una sempre maggiore discriminazione di genere: dall’aborto selettivo, alla scomparsa delle bambine, per arrivare addirittura all’infanticidio, passando per il grande e gravissimo fenomeno delle bambine non registrate all’anagrafe e tenute dunque nascoste ai margini della vita legale. Stimano Amnesty International e Human Rights Watch, che sarebbero circa mezzo miliardo, ad oggi, le bambine (molte delle quali ormai adulte) non esistenti per la legge cinese: ciò significa niente istruzione, niente cure sanitarie, nessun diritto da far valere, nessuna possibilità di firmare un contratto o di contrarre un matrimonio, niente patente di guida o salario. In pratica, nessuna opportunità di vita per queste donne letteralmente invisibili, in quanto ufficialmente “mai nate”. Persino il tentativo, inizialmente ben visto dalle organizzazioni femminili, di limitare queste pratiche con la possibilità di avere un secondo figlio nelle aree rurali più depresse, qualora il primogenito sia femmina o portatore di handicap, non ha sortito effetti positivi: scompaiono o vengono uccise meno bambine (ma solo se hanno la fortuna di nascere per prime), ma resta lo squilibrio dei sessi e viene inoltre fomentato il pregiudizio sociale e psicologico nei confronti delle donne. Ed anche per le donne formalmente esistenti, i diritti, i cui confini in Cina sono già così labili, sono meno che per gli uomini, nonostante formalmente la legge riconosca le pari opportunità. Lo denunciano da sempre le organizzazioni di donne cinesi residenti all’estero, dove hanno ovviamente più libertà di parola. Così, infatti, afferma Women’s Rights Without Frontiers dagli Stati Uniti, ma anche l’importantissima Women of China, organizzazione femminile (e in un certo senso femminista) che lotta con coraggio per i diritti delle donne cinesi dall’interno della Cina stessa. Ad esempio, secondo uno studio dell’Accademia delle scienze sociali, le operaie cinesi lavorano oltre dodici ore al giorno senza il minimo diritto (come i loro colleghi maschi), ma percepiscono un quinto del salario ricevuto dagli uomini. Ad un livello ancora più basso, poi, le lavoratrici migranti, che vivono in condizioni di schiavitù, senza nessuna connessione con il resto della società. E, in generale, le donne lavoratrici, anche nelle città, non sono ancora socialmente ben accette, a meno che non si tratti di lavoro per la famiglia. La cosiddetta “donna in carriera” (per quanto sia possibile per una donna far carriera in Cina) è talmente mal vista che, molto spesso, deve ricorrere ai mercati dei matrimoni per trovare un marito disposto a sposarla, magari vedovo o molto più anziano. La politica del figlio unico, dunque, è solamente la punta dell’iceberg di un problema che il grande Impero Celeste non potrà continuare a tenere a lungo nascosto sotto il tappeto. Parte della società cinese (sia maschile che femminile) ha ormai raggiunto una certa coscienza sociale ed i confini della Cina sono molto più aperti, in ogni senso: non più solo i cinesi che emigravano e creavano Chinatowns ovunque per non tornare mai più, ma anche cinesi che viaggiano, vedono il mondo e poi tornano in patria, cinesi che studiano, si informano, navigano in Internet e, dunque, cinesi che vogliono che le cose cambino.

Donne nel paese degli uomini. Iran

La battaglia per l’uguaglianza tra i generi in Iran è un fronte aperto, le limitazioni all’accesso ai diritti civili e familiari sono fortissime, una realtà che continua a mobilitare le attiviste, già in piazza per il diritto al divorzio, al lavoro, al viaggio, di cui oggi possono godere se autorizzate dal marito o da un membro maschio della famiglia. Alla domanda di uguaglianza il regime iraniano risponde sbarrando la strada a qualsiasi figura emergente femminile. La battaglia delle attiviste continua ma spesso pagando un prezzo molto alto, come per Narges Mohamadi che si è ammalata gravemente in prigione, Nasrin Sotoudeh, avvocato e donna simbolo nella lotta per i diritti umani, condannata ad 11 anni di carcere e a 20 anni d’interdizione dalla professione. Sono state punite con il carcere per il loro impegno, anche numerose giornaliste e attiviste tra cui Shiva Nazarahari, Jila Baniyaghoub, Bahareh Hedayat interdetta dalla professione per 30 anni. Paradossalmente la presenza delle donne nella società iraniana è forte e visibile. All’Università, in scuole e ospedali, nella vita pubblica. Iniziative come “Un milione di firme”, lanciata per reclamare la parità ha sfidato ancora una volta il regime, che ha risposto approvando una legge che vieta, in assenza del permesso del padre o dei fratelli, l’espatrio alle donne di meno di 40 anni. Una delle tante misure che sembrano finalizzate a contenere l’emancipazione femminile che, in Iran, ha portato alla creazione di diversi movimenti di attivisti per i diritti, nelle università il 60% degli iscritti è rappresentato da studentesse. Le iraniane cercano una maggiore indipendenza anche attraverso gli spostamenti all’estero. Il governo sembra temere non che fuggano dal Paese, quanto che possano liberarsi dall’ autorità maschile. Dite a tutto il mondo che ho paura ….. Sakineh

Mohammadi Ashtiani (persiano: سکينه محمدي آشتياني; Teheran, 1967) è una donna iraniana, nel braccio della morte in Iran dal 2006. Il suo caso è internazionalmente noto, dopo la condanna a morte tramite lapidazione per il reato di adulterio e concorso in omicidio ai danni del marito, delitto perpetrato dal presunto amante e da un complice. La magistratura iraniana ha tuttavia negato questa versione e, seppur confermando la sentenza di condanna emessa nel 27 maggio 2007[1], ha dichiarato che la donna potrebbe essere uccisa per impiccagione piuttosto che per lapidazione[2]. Una campagna internazionale iniziata dai suoi figli, e resa ampiamente pubblica dal filosofo francese Bernard-Henri Lévy ha portato a conoscenza del suo caso. Amnesty International sostiene però che i parenti della vittima dimostrarono clemenza e rinunciarono a chiedere la condanna per Sakineh. Questo, nel codice iraniano, fa sì che la sentenza debba venire revocata[3]. La vicenda[modifica | modifica sorgente] Sakineh Mohammadi Ashtiani fu condannata per la prima volta il 15 maggio 2006, da un tribunale di Tabriz, per il reato di “relazione illecita” con due uomini in seguito alla morte del marito. Fu condannata a ricevere 99 frustate, e la condanna venne eseguita.[4] In seguito, nel settembre 2006 ricevette una nuova condanna quando un tribunale penale accusò uno dei due uomini per il coinvolgimento nella morte del marito di Mohammadi Ashtiani. Per questo venne condannata per concorso in omicidio mentre ancora sposata, e condannata a morte per lapidazione. Malek Ejdar Sharifi, capo della magistratura nella provincia di Azerbaijan affermò che “La donna è stata condannata alla pena capitale per aver commesso omicidio e adulterio.” [5][6] La Corte Suprema iraniana confermò la sua condanna a morte il 27 maggio 2007, che in seguito fu rinviata, solo un perdono dell’Ayatollah Ali Khamenei avrebbe potuto impedire l’esecuzione[4]. Il 12 agosto 2010, fu trasmesso dalla prigione iraniana Tabriz un programma televisivo di Stato che seguì la confessione di Ashtiani per adulterio e per il coinvolgimento nell’omicidio del marito. Il suo avvocato sostenne che fosse stata torturata per due giorni prima del colloquio[7]. Il 20 agosto il London Times pubblicò la foto di una donna senza velo indicandola erroneamente come la Mohammadi Ashtiani.[8] Il 28 settembre 2010 Sakineh è stata condannata alla pena capitale mediante impiccagione per l’omicidio del marito.[9] Il 2 novembre 2010 il Comitato Internazionale contro la lapidazione ha riferito che le autorità di Teheran hanno dato l’autorizzazione per la condanna, da eseguire nella prigione di Tabriz il 3 novembre[10], quando invece Mina Ahadi, la portavoce del Comitato internazionale contro le esecuzioni, ha dichiarato che Sakineh non è stata giustiziata; le pressioni dei governi occidentali sul regime di Teheran avrebbero contribuito alla decisione[11]. Il 9 dicembre 2010 varie fonti del Comitato internazionale contro la lapidazione hanno confermato ufficialmente che l’8 dicembre Sakineh è stata scarcerata, insieme al figlio Sajjad Qaderzadeh e all’avvocato Javid Hutan Kian[12]. La notizia della liberazione è stata tuttavia smentita da un’emittente televisiva iraniana già il giorno seguente, spiegando che la donna era stata portata nella sua abitazione con il figlio solo per “produrre una ricostruzione video dell’omicidio sulla scena del delitto”[13]. Il 24 luglio 2012, Amnesty International ha sottolineato che il destino di Sakineh Mohammadi Ashtiani è ancora incerto, mentre il suo ex avvocato Javid Houtan Kiyan, ha dichiarato che ormai non c’è più nulla che si possa fare.

Iran: Lettera di una donna stuprata Questo è quello che la Repubblica Islamica d’Iran fa alle proprie donne. Umiglia e devasta la dignità delle donne. Questa è la lettera che Bahareh, una donna iraniana che è stata stuprata, ha scritto per se stessa e per tutte quelle donne che sono vittime di uno stupro.

Il mio nome è Bahareh, che in persiano significa primavera. È primavera e vi scrivo dei fiori, ma sono fiori dai petali sparsi. Vi scrivo del verde e dei germogli, ma sono germogli schiacciati, calpestati dall’odio, l’odio verso la bellezza e tutto ciò che è bello, l’odio verso quelli che cercano giustizia. Vi scrivo di quelli che non sono dei veri uomini. Il mio nome è Bahareh Maghami ho 28 anni. Non ho più motivo per nascondere il mio nome perché di me non è rimasto più nulla. Ho perso tutti quelli che una volta erano importanti per me, ho perso parenti e amici, colleghi e colleghe, ho perso tutti. Gli ho persi perché quelli che si considerano degli uomini me li hanno ingiustamente portati via. Quelli lì mi hanno rubato la vita. Ora che ho lasciato l’Iran voglio condividere, anche solo per una volta, il mio dolore con qualcuno. Vorrei anche chiedere a quelli che hanno avuto un’esperienza dolorosa come la mia, di scrivere del loro dolore. Dovete scrivere di quello che vi è successo, anche se temete per le vostre vite e la vostra dignità, usate dei nomi anonimi, ma scrivete. Si deve scrivere in modo che tutti sappiano cosa è stato fatto alla nostra generazione, a questa generazione piena di dolore. Si deve scrivere per quelli che verranno dopo di noi e che vivranno in un Iran libero, in modo che sappiano il prezzo che abbiamo pagato per la loro libertà. Devono sapere quante vite sono state bruciate e come le speranze sono svanite, devono sapere i maltrattamenti che abbiamo subito. Quando mio padre scoprì quello che mi avevano fatto il suo dolore fu immenso e in lui tutto si frantumò. Mia madre invecchio di cento anni, in un’unica notte, mio fratello da quel momento non è riuscito più a guardarmi negli occhi, ed io non ho più guardato i suoi, perché non vuole che io soffra più di quello che ho già sofferto. Con il loro gesto a lui sembra che gli abbiano portato via la sua virilità. Quando ha scoperto, che quelli che credono di essere degli uomini, sono solo invece tali perché hanno degli attributi maschili, ha iniziato a odiare la sua virilità. Per quelli che si definiscono uomini, la dignità, la nobiltà e la castità non ha nessun valore e significato. Ero un’insegnante di prima elementare, insegnavo ai fiori del nostro paese a leggere e a scrivere. Insegnavo loro: “Papa ha portato l’acqua” “L’uomo viene” “L’uomo porta il pane”, perché per me l’immagine dell’uomo era quella del capofamiglia, e aspettavo che quest’uomo arrivasse anche per me, ma adesso questa immagine dentro di me è cambiata. La mia immagine di quell’uomo adesso è accecata dal suo desiderio. Non riesco a liberarmi dal puzzo infetto del suo sudore. Quando ripenso a lui, salto giù dal letto, anche nel cuore della notte. Temendo che i suoi passi mi possano di nuovo raggiungere tutto il mio corpo vibra e trema al minimo suono e il mio cuore inizia a battere più velocemente per la paura che lui mi si avvicini di nuovo. Sono sempre pronta a fuggire. Di notte lascio le luci accese e di giorno passo le giornate tra le lacrime e il dolore. Noi abitavamo nella via Kargar Shomali. Quando sono stata arrestata stavo ritornando, con mio fratello, dalla Moschea di Ghoba. Mi hanno picchiata e mi hanno portata via e così facendo mi hanno distrutta, così come dice il nostro amato poeta Hafez: hanno fatto ciò che i mongoli ci fecero. Alcuni avevano le braccia rotte, altri le gambe spezzate o la schiena rotta e altri ancora, come me, avevano lo spirito a pezzi. Il mio spirito era devastato come se tutto ad un tratto mi fosse stato portato via tuta la mia umanità. Una volta ero primavera, ora sono come morta, sono un fiore di papavero calpestato. Vorrei chiedere a quelli che leggono questa lettera se dovessero conoscere qualcuno che come me è stato vittima di violenza carnale, di essere gentile con loro, di appoggiarli. Il problema per me e per la gente che come me ha subito violenza è che nella nostra cultura lo stupro non è solo un duro colpo per la persona che lo subisce ma lo è per tutta la famiglia. Le ferite di una persona che è vittima di stupro non guariranno mai, neanche con il passare del tempo. Le sue ferite si riapriranno ad ogni sguardo di suo padre, il cuore si spezzerà, ad ogni lacrima di sua madre. I parenti, gli amici i vicini tutti ci lasciarono soli. Siamo stati costretti a vendere la nostra casa (al di sotto del prezzo di mercato) e ci siamo trasferiti a Karaj (subborgo di Teheran). Ma neanche lì la nostra permanenza durò a lungo, gli agenti trovarono il nostro nuovo indirizzo ed iniziarono a schernirci, se ne stavano dietro all’angolo della nostra strada e sorridevano a mio padre ogni qualvolta che lui passava. Abbiamo lasciato tutto e siamo immigrati. Alla loro età i miei genitori divennero dei rifugiati. Posso tranquillamente affermare che le ferite che la società ci a inferto sono state molto più difficili da affrontare rispetto a quelle fisiche. Molte persone sorridono quando sentono parlare di stupro, ma io giuro che non c’è niente di divertente nello stupro, non c’è niente di divertente in una famiglia che soffre, nella perdita di dignità da parte di un ragazzo o di una ragazza, non c’è niente di divertente nel distruggere la dignità dell’amore. Quelli che mi hanno stuprato probabilmente riderebbero, erano in tre. Tutti e tre erano sporchi e portavano la barba, avevano un accento terribile e dicevano sconcerie. Anche se hanno visto che ero vergine mi hanno chiamato puttana e mi hanno obbligata a dichiararmi come tale. Adesso non mi vergogno a dirlo, non mi vergogno più. Mi hanno detto che avevano tre testimoni, i quali mi avevano vista andare con tre uomini in una sola notte, io ho detto loro che io ho 30 testimoni, i quali possono affermare che sono un’insegnante e che quello che mi sta succedendo è solo colpa loro. Loro mi hanno derisa dicendo che per me non era poi tanto male, e che la mia paga era aumentata. Per loro la dignità e la castità di una donna sono solo parole vuote, per loro tutte le donne sono puttane. Quelli che mi hanno stuprata, non erano degli esseri umani, erano affetti da auto-subordinazione, si erano trasformati in animali perversi, che non sapevano più quello che facevano, non sapevano di star distruggendo la bellezza. Queste creature non hanno rispetto neanche delle loro madri e delle loro sorelle, mi dispiace per coloro che per tutta la vita devono convivere con questi animali rabbiosi. I miei denti erano rotti, la mia spalla graffiata, il mio essere donna era stato distrutto. So che non sarò mai più in grado di amare un uomo, non sarò mai in grado di avvicinarmi e fidarmi di un uomo. Anche se mi rendo conto che la mia terra ha tanti uomini coraggiosi, che hanno sofferto, ma per me i veri uomini e quelli che fingono di essere tali, fanno oramai parte di una stessa categoria. La mia vita da donna è finita e io adesso sono come una morta che cammina. Ma scrivo. Scrivo per riconquistare la fiducia in me stessa. Ho scritto che ero un insegnate, trasformatasi in prostituta, ma adesso sono una scrittrice. Vi ho scritto che ero primavere, e invece adesso sono diventata autunno e perciò sono diventata più bella. Sono una prostituta bella. Mi hanno resa un’emarginata nel mio stesso quartiere, un insegnante senza classe, un essere ridicolo agli occhi degli altri, mi hanno condannata alla solitudine. Per la Repubblica Islamica d’Iran sono diventata il simbolo della donna con la schiena rotta, i capelli tagliati e il viso insanguinato. Ma io sono orgogliosa di essere una puttana se ciò aiuta a portare la libertà, e poi io so che non sola. Sentivo le loro voci, nelle celle accanto alla mia, o mentre il mio inutile corpo era accasciato a terra, sentivo le loro voci, mentre questi finti uomini usavano violenza su di loro (le altre prigioniere). Chiedo a tutti quelli che come me hanno sofferto, di scrivere, perché coloro che hanno subito violenza devono in qualsiasi modo esternare il dolore, perché è lo stesso dolore al quale Sadegh Hedayat (scrittrice contemporanea) si riferiva dicendo “il dolore mastica (distrugge) l’anima della gente”. Lasciate uscire fuori il vostro dolore. Fatelo sapere a tutti. Dovete capire che non siete sole, che ci sono molte come voi. Noi tutti condividiamo questo dolore. … Questa lettera potrebbe essere molto più lunga, ma io la termino con una frase. Mi rivolgo direttamente a Khamenei, colui che si considera il padre di questa nazione. Ero una figlia dell’Iran, i tuoi figli mi hanno violentata. Chi pagherà per la mia dignità perduta?” Bahareh Maghami Aprile 2010, Germania

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