Convenzione di Istanbul

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Violenze sulle donne, in casa e non solo
Il Consiglio d’Europa decide nuove misure
Sotto accusa la Turchia con il 42% delle cittadine con più di 15 anni ha subito violenza fisica o sessuale e la percentuale sale al 47% nelle campagne, per un totale di almeno 11 milioni di persone. Poi ci sono gli omicidi, con 52 donne uccise fra febbraio e marzo scorsi, mentre nel 2010 sono state 217 e una su tre è morta solo per aver chiesto il divorzio. Il rapporto di Human Rights Watch
di ALESSANDRA BADUEL
ISTANBUL – Pietre, bastoni, stecche acuminate, scariche elettriche, coltelli. Teste rotte, facce sfregiate, braccia o gambe ustionate, vertebre schiacciate – cicatrici che si sovrappongono negli anni. In Turchia la violenza domestica contro le donne parla questa lingua. Le cifre spiegano che il 42% con più di 15 anni ha subito violenza fisica o sessuale e la percentuale sale al 47% nelle campagne, per un totale di almeno 11 milioni di persone. Poi ci sono gli omicidi, con 52 donne uccise fra febbraio e marzo scorsi, mentre nel 2010 sono state 217 e una su tre è morta solo per aver chiesto il divorzio.

Le sanzioni della Corte europea. Un nome, Nahide Opuz, tre figli e 39 anni di età, minacciata dall’ex marito e scampata a vari tentativi di ucciderla, è il simbolo della situazione attuale: dopo che la madre è stata assassinata da quell’uomo nonostante le tante richieste di protezione fatte da Nahide per sé e i suoi, la Corte europea per i diritti umani ha sanzionato lo Stato turco, che le ha finalmente fornito una scorta armata. Lei vive comunque da reclusa, con l’ex marito che, scontata metà dei 12 anni di pena a cui era stato condannato, è tornato libero. Oggi a Istanbul la riunione dei 47 Stati del Consiglio d’Europa, presieduto proprio dalla Turchia negli ultimi sei mesi, si è aperta con la firma della Convezione che prevede nuove misure per prevenire e combattere quella violenza sia in casa che fuori.

Una voluta coincidenza. Ma la firma è stata preceduta di pochi giorni da un rapporto di Human Rights Watch sull’attuale situazione delle turche. L’avvocata dei diritti delle donne Gauri van Gulik, autrice del rapporto, sottolinea la voluta coincidenza: “Mentre la Turchia ospita i governi di tutta Europa per prendere insieme un impegno vincolante che porti alla fine della violenza contro le donne, deve fare un’analisi onesta della propria situazione, carente sia nella struttura che nell’attuazione”. L’associazione Donne per i diritti umani delle donne accusa l’Akp, il Partito della giustizia e dello sviluppo al potere, sottolineando che da quando governa, 2002, il numero delle uccise si è moltiplicato per 14: la fonte del dato è lo stesso ministero della Giustizia. “Il conservatorismo dell’Akp – spiega la fondatrice Pinar Ilkkaracan – i valori islamici, fanno della sessualità e del corpo femminile dei bersagli”.

Il governo si difende. E lo fa sostenendo che i crimini sono registrati meglio che in passato e per questo ne risultano di più, mentre proprio una deputata dell’Akp, Fatma Sahin, è autrice di un progetto di legge – al momento, bloccato dalle elezioni in arrivo a giugno – per ampliare e rendere più utilizzabile quella sulla protezione della famiglia in vigore dal 1998, che già prevede rapidi ordini di protezione da emanare non appena la vittima denuncia un abuso ma non viene applicata, oltre a escludere molte, troppe donne da ogni aiuto: basta essere divorziate, semplici conviventi e persino il matrimonio religioso non vale. Solo le coniugate davanti allo Stato rientrano nei canoni. Mentre i rifugi per ospitare le vittime sono meno di un terzo di quelli previsti dalla legge e l’unica preparazione in materia per gli agenti di polizia consiste in un’ora di lezione in due anni di scuola.

“Lui ti ama, lui ti picchia”. Questo e molto altro, soprattutto sulle carenze degli uffici che dovrebbero ascoltare le vittime, racconta il rapporto di Human Rights Watch. Titolo: “Lui ti ama, lui ti picchia”. Una volta letto, l’immagine della sala del Kaftan del Ciragan Palace dove questa mattina si è svolta la cerimonia della firma dei rappresentanti del Consiglio d’Europa impallidisce e sfuma verso il fondo. Al suo posto appare quella di un ufficio pieno di gente e confusione, una scrivania, un uomo in divisa che guarda una donna e le domanda, sinceramente stupito: “Che cosa fai qui? Perché non torni a fare pace con tuo marito? Quella è la tua famiglia”. Oppure: “Non ti vergogni di venirmi a dire che il tuo ex marito ti ha stuprata? E perché dovrei crederti?”.

Storie di dolore e incomprensione. Con dettagli e particolari unici per chi le vive, ma denunciate così tante volte, in ogni parte del mondo, da essere diventate ripetitive per chi ascolta o legge: le donne, si sa, vengono spesso picchiate, ferite, maltrattate in vario grado e misura da chi dovrebbe amarle. Rendere vivo quel gesto non è facile, ma il rapporto ci riesce. E riesce in particolare a fotografare – attraverso 40 storie e colloqui con avvocati, ufficiali di polizia, procuratori, responsabili dei servizi sociali, ong – il muro d’incomprensione, anzi vera e propria negazione, che trovano tante donne quando arrivano (solo otto ogni cento, secondo gli addetti ai lavori più ottimisti) a chiedere aiuto. Per rimanere agli Stati che oggi firmano quel trattato, prima di passare a occuparsi degli altri temi in agenda (la Convenzione sui diritti umani, il rapporto sul Vivere insieme nell’Europa del 21° secolo, la politica del vicinato nel Consiglio d’Europa), sappiamo che in tutta Europa le donne subiscono violenze domestiche o sessuali: almeno una su quattro.

Una campagna pubblicitaria. Non in tutta Europa però restano normalmente inascoltate come, secondo il rapporto, accade in Turchia. Né succede che alla stazione di polizia un marito possa sapere l’indirizzo dello shelter dove sua moglie ha trovato asilo, tantomeno che poi possa anche ottenere il permesso di parlarle. E che lei venga spinta dagli stessi responsabili della sua incolumità a “fare pace” con chi l’ha picchiata fino a ieri e ricomincerà a farlo domani. La scorsa primavera, una campagna pubblicitaria a favore delle donne aveva riempito le principali città turche di cartelloni di figure femminili, con le gambe proiettate fuori del riquadro, in cammino. C’era scritto: “Voglio vivere la mia libertà”, con un video su Facebook. Gli effetti li hanno registrati una serie di telecamere nascoste: uomini e ragazzi che strappano via quelle gambe, con indolenza, ma con costanza.
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MOR CATI – DOMESTIC VIOLENCE

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2 thoughts on “Convenzione di Istanbul”

  1. South Carolina has a long history of opposing federal mandates and ukases. When I was in the Air Force, South Carolina enforced state waste disposal regulations on Myrtle Beach AFB, something not usually done in other states. This is not to mention the late unlesasantneps that occurred 150 years ago.

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